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La Lingua di Vetro

​”Ero straniero. E parlavo strano.”

​È una frase corta, vero? Ma dentro ci sta tutto il peso del mondo.

Quando sei “quello che parla strano”, l’unicità non è una medaglia, è un muro.

Un muro fatto di vocali che non si incastrano, di accenti che inciampano, di sguardi di chi ti ascolta e, invece di capire cosa dici, conta quanto sei diverso da loro.

​Parlare strano significa che ogni volta che apri bocca, dichiari la tua provenienza prima ancora del tuo pensiero. Significa che il tuo biglietto da visita è un errore di pronuncia.

​Eppure, sapete cosa succede quando smetti di vergognarti di quella “stranezza”?

Succede che capisci una cosa fondamentale: chi parla “giusto”, chi parla come tutti gli altri, spesso finisce per dire le stesse cose. Usano le stesse parole, le stesse frasi fatte, lo stesso ritmo rassicurante che non disturba nessuno.

Io, invece, dovevo lottare per ogni parola. Dovevo scegliere i termini con cura, come se fossero sassi preziosi da appoggiare su un ruscello per non affogare.

​Essere straniero e parlare strano mi ha regalato un superpotere che gli “autoctoni del pensiero” non avranno mai: la capacità di guardare le cose da fuori. Di vedere le crepe dove gli altri vedono solo pareti lisce.

​La mia unicità è nata lì, in quel difetto di comunicazione. In quel sentirmi fuori posto che mi ha costretto a costruirmi un posto mio.

Perché se non puoi parlare come gli altri, devi imparare a pensare meglio degli altri.

​Quindi sì, parlavo strano. E forse parlo strano ancora. Ma oggi so che quella strana melodia è l’unica prova che sono davvero io a parlare, e non un’eco di qualcun altro.

di Anna Gjeka

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