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Osservazioni sul libro di Alessandro Coppola, “Le mie orecchie parlano”

Questo libro non è solo la storia di una vita segnata dalla diagnosi di ipoacusia neurosensoriale e dalla prospettiva della cecità, ma è anche uno spaccato crudo e illuminante delle dinamiche familiari e sociali che plasmano l’individuo di fronte all’avversità.

La Genitorialità come Ancoraggio Sociale

In un’epoca in cui si lamenta spesso una crisi dei modelli educativi e un’evaporazione della figura genitoriale, il racconto di Alessandro ci offre un’importante riflessione sul ruolo imprescindibile della famiglia come primo, fondamentale agente di socializzazione e resilienza.

Perché Alessandro nasce e cresce in un “clima amorevole e gioioso”, e quando la diagnosi di sordità arriva a scuotere la serenità familiare, la risposta dei genitori non è il ripiegamento, ma l’azione: intraprendere subito la terapia con “entusiasmo e partecipazione”.

La famiglia – la madre Maria Pia, il padre Umberto e la sorella Erica – rappresenta il “porto sicuro” e il costante sostegno (anche quando, a 16 anni, arriva la seconda diagnosi di malattia degenerativa alla vista). La loro forza e determinazione si riflette nel profilo stesso del bambino e poi dell’adolescente, che fa tesoro degli ostacoli.

È la genitorialità presente, proattiva e amorevole che fornisce all’individuo l’energia positiva e il coraggio necessari per superare qualsiasi avversità. Senza questa base solida, l’inclusione sarebbe un percorso quasi impossibile.

Le Forzature dell’Inclusione e il “Chi Vuole Può”

Il percorso di Alessandro non è solo quello di un sopravvissuto, ma è l’esperienza di un soggetto che, per essere accettato e incluso nella società, è costretto a una vera e propria “forzatura” esistenziale. Di fronte al doppio ostacolo – sordità e futura cecità – il giovane Coppola trasforma il suo “stop” in un “incentivo a farsi sentire”, nella consapevolezza che la sua vita “debba essere un esempio”. La sua passione per la moda diventa un “veicolo di felicità” e uno strumento sociale, trasformandolo in un vero e proprio “ambasciatore di inclusione”.

Alessandro oggi divulga la sua storia nelle scuole, non limitandosi a “studiare” il bullismo e la malattia, ma raccontando la verità vissuta sulla propria pelle. Il suo obiettivo è “normalizzare la diversità”.

“Le mie orecchie parlano” ci interpella sulla responsabilità che abbiamo come società. L’inclusione non può essere un regalo concesso, ma deve nascere dalla capacità individuale di lottare (sostenuta dalla famiglia) per il proprio spazio, e dalla necessità sociale di accogliere queste lotte. Il tempo, come dice Alessandro, è il valore più prezioso che esista, e la sua storia è un invito a viverlo pienamente, senza permettere che i limiti, nostri o altrui, ci frenino.

(articolo di Sergio Mantile )

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