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Se l’Unicità Diventa uno Slogan e non un Diritto

Sanremo e Disabilità: Se l’Unicità Diventa uno Slogan e non un Diritto.

​Il sipario dell’Ariston si è abbassato, ma il rumore di fondo lasciato dalla gestione del tema disabilità a Sanremo continua a far discutere.

Come Coordinatrice Rainbow Diversamente Radio Puglia e Voce dell’Unicità, sento la necessità di andare oltre l’applauso facile.

Quella a cui abbiamo assistito non è stata la serata che volevamo: non è stata la celebrazione dell’unicità, ma l’ennesima esposizione della disabilità come categoria da “esibire” anziché da integrare.

Oltre le Magliette: L’Unicità non è un Brand
​Abbiamo visto ragazzi con disabilità sul palco indossare magliette con la scritta “Io sono come te”. Un messaggio condivisibile in teoria, ma che nella pratica della kermesse è apparso come un vuoto esercizio di retorica.

​L’unicità di una persona non si stampa su una t-shirt per rassicurare il pubblico del prime-time. L’unicità è un’energia che deve esplodere attraverso il talento e la parola, non attraverso una divisa che, paradossalmente, finisce per uniformare e ghettizzare ancora di più.

Cosa è mancato davvero sul palco dell’Ariston?
​Per rendere giustizia alla realtà che viviamo ogni giorno, avremmo voluto vedere due cose fondamentali:
​Il Talento al Centro: Avremmo voluto vedere quei ragazzi esibirsi, cantare, suonare o recitare. Non come “ospiti con disabilità”, ma come artisti.

L’inclusione vera avviene quando il pubblico dimentica la sedia a rotelle o la condizione fisica perché rapito dalla performance.
​La Voce delle Madri e dei Diritti: Avremmo voluto sentire una madre parlare.

Non per cercare pietismo, ma per denunciare le difficoltà strutturali, la mancanza di assistenza e i diritti calpestati che le famiglie affrontano quotidianamente in Italia.

​”Indossare una maglietta è un gesto immediato e d’impatto visivo, ma dare il microfono a chi vive la battaglia dei diritti ogni giorno sarebbe stato un atto di vero coraggio civile.” – Anna Gjeka.

​La Trappola del Pietismo: Perché non ci basta più
​Ancora una volta, la TV generalista ha scelto la strada del sentimentalismo anziché quella della consapevolezza.

Far “emergere” la disabilità invece di “valorizzare” l’unicità significa continuare a guardare al limite fisico come a un tratto distintivo negativo o “speciale”, perdendo di vista l’individuo.

​Se vogliamo davvero parlare di una società “Rainbow” (arcobaleno), dobbiamo accettare che ogni colore ha la sua dignità e la sua forza.

Non serve dire “siamo uguali” se poi non viene concesso lo stesso spazio di espressione che viene dato a chiunque altro.

​Conclusioni: Verso una Nuova Narrazione
​Come Redazione Puglia e coordinamento Rainbow, continueremo a batterci affinché la narrazione cambi. Non ci accontentiamo di essere una “parentesi sociale” tra una canzone e l’altra.

​Chiediamo che la disabilità esca dal cono d’ombra del pietismo per entrare in quello della normalità del talento e della fermezza dei diritti. La prossima volta, meno magliette e più microfoni aperti per chi ha qualcosa da dire e da dare.Disabilità e Inclusione.

di Anna Gjeka, Rainbow Puglia, Diritti Disabili, Unicità.

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