Il Lucernario dei dispersi
SORRENTO – Tra le prestigiose sale dell’Hilton Palace, in occasione delle Giornate Professionali di Cinema 2025, emerge una voce fuori dal coro, quella del produttore Giampietro Falchi. Al centro del dibattito c’è un’opera che sfugge alle etichette tradizionali: “Il Lucernario dei Dispersi”.
Nato dall’estro musicale di Luigi Friotto, il docufilm si presenta come un lavoro ibrido, sospeso tra il rigore del documentario e la potenza della filmografia.
Ma è nell’ombra di un grande assente che il progetto trova la sua vera bussola: Fabrizio De André. Il cantautore genovese è infatti il “nume tutelare” dichiarato dell’opera, la guida spirituale che ha ispirato questo racconto di confine.
Una traversata tra anima e territorio
Il film non è solo una cronaca di luoghi, ma una vera e propria traversata fisica e catartica. Il percorso parte dalla suggestiva Costa dei Trabocchi per approdare a Sorrento, tracciando un ponte tra due sponde dell’anima italiana.
”Si tratta di recuperare ciò che queste persone avevano disperso lungo l’arco della loro esistenza”, spiega Falchi, sottolineando come l’obiettivo principale sia dare voce a quegli “interpreti spontanei” che la televisione generalista spesso ignora.
La voce degli ultimi
Lontano dai riflettori patinati di programmi come Linea Verde, il docufilm sceglie di accendere la luce su figure popolari e autentiche.
Personaggi come Gaetano, detto “il Monarcone”, o Nicola Macera, diventano i protagonisti di un’epopea quotidiana. Sono loro le “anime salve” di deandreiana memoria: gente semplice, gente del popolo che, attraverso l’obiettivo di Falchi e Friotto, ritrova la propria dignità narrativa.
”Il Lucernario dei Dispersi” si candida così a essere non solo un film, ma un atto di recupero della memoria collettiva, ricordandoci che nel cinema, come nella vita, la bellezza risiede spesso in ciò che è andato perduto e che, con pazienza, viene finalmente ritrovato.
di Leonardo Napolitano

