Violenza giovanile e social: la componente performativa
L’aumento degli episodi di aggressività tra i giovanissimi spinge psicologi e criminologi a interrogarsi sulle radici profonde del fenomeno. Tra neuroscienze, analfabetismo emotivo e ricerca di visibilità sui social, la cronaca svela una sofferenza che non trova altri canali di espressione.
Negli ultimi mesi, le cronache locali e nazionali hanno registrato un incremento costante di episodi di violenza e risse di gruppo che vedono protagonisti giovanissimi, spesso ripresi e diffusi in rete attraverso gli smartphone.
Un fenomeno che solleva interrogativi urgenti sulle motivazioni che spingono adolescenti apparentemente comuni a compiere atti di aggressività estrema.
A questa vulnerabilità si affianca il fenomeno dell’analfabetismo emotivo, definito dagli specialisti come la difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni.
In assenza di strumenti verbali o cognitivi per elaborare frustrazioni, rabbia o senso di inadeguatezza, il disagio si manifesta attraverso l’azione (acting out), trasformando la violenza in un canale immediato di sfogo.
Negli episodi recenti si osserva inoltre la componente della violenza performativa. L’aggressione viene spesso concepita in funzione della registrazione video e della successiva condivisione online.
La mediazione dello schermo riduce l’empatia verso la vittima, trasformata in un oggetto funzionale alla ricerca di approvazione e di uno status all’interno del gruppo dei pari.
La sociologia evidenzia come, all’interno del branco, si verifichi una forte deindividuazione con la conseguente diffusione della responsabilità individuale.
Gli studi di settore indicano che tali comportamenti non sono circoscritti a contesti di degrado socio-economico, ma emergono trasversalmente, evidenziando una carenza di contenimento educativo e di punti di riferimento normativi da parte del mondo adulto.
