NAPOLI – A ventotto anni Martina ha imparato che la vita può cambiare in pochi secondi. Un incidente stradale, avvenuto quando era poco più che ventenne, le ha causato una disabilità motoria permanente. Quello che sembrava essere la fine di molti progetti si è trasformato, con il tempo, nell’inizio di una nuova storia.
«All’inizio vedevo soltanto ciò che avevo perso», racconta. «Poi ho capito che dovevo concentrarmi su ciò che potevo ancora costruire».
Dopo un lungo percorso di riabilitazione, Martina ha ripreso gli studi universitari, ha ottenuto la laurea e oggi collabora con associazioni che si occupano di inclusione e accessibilità. Nelle scuole e negli incontri pubblici porta la propria testimonianza, raccontando una realtà spesso poco conosciuta.
La disabilità viene ancora troppo spesso descritta esclusivamente attraverso il limite. Ma storie come quella di Martina mostrano un’altra prospettiva: quella della partecipazione, dell’autonomia e dei diritti.
«Le persone con disabilità non hanno bisogno di essere compatite», spiega. «Hanno bisogno di poter studiare, lavorare, muoversi e vivere come tutti gli altri cittadini».
Secondo gli operatori del Terzo Settore, il vero ostacolo non è sempre la condizione fisica, ma le barriere architettoniche, culturali e sociali che ancora impediscono una piena inclusione.
Oggi Martina dedica parte del proprio tempo al volontariato e all’attività di sensibilizzazione. Incontra giovani, famiglie e amministratori locali, portando un messaggio semplice ma potente: la diversità non è una fragilità da nascondere, ma una ricchezza da riconoscere.
«Se la mia esperienza può aiutare anche una sola persona a non sentirsi sola, allora ogni difficoltà affrontata ha avuto un senso».
La sua storia ricorda che dietro ogni disabilità c’è una persona con sogni, capacità, progetti e aspirazioni. E che una società davvero inclusiva non concede favori, ma garantisce opportunità.
Perché l’inclusione non è un gesto di solidarietà. È un diritto.
