“Una società zeppa di regole diventa una caserma, una società senza regole diventa una giungla”: così diceva Giorgio Ruffolo, ministro della Repubblica negli anni ’90 del Novecento. Stesso concetto era stato espresso molti anni prima anche da Wiston Churchill, secondo cui una società senza regole rappresenta solo una grande confusione. Nessuno stupore, quindi, nell’affermare che ogni collettività abbia bisogno di prassi e metodi per vivere civilmente e poter prosperare. Fino a che punto, però, si deve spingere la deregolamentazione? Al contrario, fino a che punto la regolamentazione? Per qualcuno “In medio stat virtus” ma, in questi casi, quale sarebbe il punto medio?
L’osservazione di un fenomeno non è mai qualcosa di neutrale; al contrario, porta con sé riflessioni
di natura filosofica e politica che implicano un giudizio. Giudizio che, come ovvio, è personale. Ciò che è certo è che, più elevato è il grado di responsabilità individuale dei cittadini (e delle imprese), più una società è responsabile e, quindi, in teoria, avrebbe bisogno di meno regole. Ci sono tuttavia delle situazioni in cui delle regole non si può fare a meno, indipendentemente dalla responsabilità individuale o collettiva dei cittadini. Un esempio? La guida dell’automobile. Con tutta la buona volontà e con tutta la responsabilità dei cittadini sarebbe impossibile guidare se non ci fosse il codice della strada. In Italia si guida a destra perché c’è una regola e ci si ferma davanti al semaforo rosso (non tutti e non sempre) perché c’è un’altra regola.
Ampliando lo sguardo oltre le regole dei comportamenti individuali e collettivi, altre regole valgono e condizionano i comportamenti delle imprese. L’Unione Europea, attraverso Direttive e Regolamenti, da anni è impegnata a legiferare, in alcuni ambiti, con l’obiettivo di armonizzare il comportamento delle imprese in tutta l’Unione. Anche per le imprese si pone il dilemma del legislatore cioè fino a che punto si debba regolamentare il loro operato e quindi il loro business. Infatti, più si regolamenta più si costringono le imprese ad investire per soddisfare le richieste della regolamentazione. Ma la regolamentazione ha il rovescio della medaglia che può comportare per le imprese minori risorse per investimenti, per esempio nell’innovazione, con conseguenze negative sulla generazione del valore.
Per alcuni settori (farmaceutica, biocidi, dispositivi medici, fitofarmaci) la regolamentazione, inevitabilmente, è più complessa e più impattante che in altri. Per esempio, un’impresa che sviluppa, produce e vende dispositivi medici è libera di immettere sul mercato un qualsiasi dispositivo o è necessario che il dispositivo, prima di essere immesso sul mercato, venga testato nei suoi potenziali rischi e nella sua efficacia? I cittadini sarebbero disposti a utilizzare un dispositivo medico potenzialmente pericoloso per la salute o venduto come miracoloso ma in realtà inefficace? È facile comprendere che alcune regole, come il Regolamento europeo sui dispositivi medici, disciplina il comportamento delle imprese produttrici con un duplice scopo; da una parte non permette l’immissione in commercio di dispositivi pericolosi e, dall’altra, cerca di evitare truffe ai danni dei cittadini. Caserma o giungla? Dipende dal punto di osservazione!
