
Rosanna Rizzo, insegnante di scuola primaria da oltre 30 anni, svolge anche l’attività di educatrice del gesto grafico e coach di scrittura consapevole.
Da Altavilla Silentina (SA), suo luogo di origine, si è trasferita a Monza, qualche anno fa, dove lavora con bambini e ragazzi aiutandoli a scoprire le parole, le emozioni e la propria voce.
“L’ombra ai miei piedi” è il suo primo romanzo per ragazzi, che racconta il delicato percorso di crescita di Ada, una giovane protagonista alle prese con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.
- L’idea del suo romanzo nasce da un’esperienza diretta nel mondo della scuola, ha assistito a degli episodi particolari che l’hanno spinta in questo percorso?
Non c’è stato un singolo episodio da cui è nato L’ombra ai miei piedi. Direi piuttosto che
Il mio romanzo, in realtà, non nasce da un episodio reale, ma dai tanti anni trascorsi accanto a bambini e ragazzi, non soltanto nel mio lavoro di insegnante, ma anche nella mia esperienza come educatrice del gesto grafico e, soprattutto, come coach della scrittura consapevole. Sono esperienze diverse, ma hanno qualcosa di molto importante in comune: mi hanno insegnato ad ascoltare e a osservare anche ciò che non viene detto. Soprattutto nel lavoro individuale, capita spesso che attraverso la scrittura emergano pensieri, paure e fragilità che un ragazzo fatica a esprimere a voce. Una parola scritta, una frase lasciata su un foglio, a volte, raccontano molto più di quanto si riesca a dire.
Anche a scuola ci sono fragilità che non fanno rumore: un bambino che improvvisamente si chiude, una ragazzina che comincia a guardarsi con occhi diversi, una battuta apparentemente innocua che continua a fare male molto tempo dopo che è stata pronunciata.
Sono proprio queste piccole cose ad avermi interrogata. Tante volte mi sono chiesta che cosa accada dentro un ragazzino, una ragazzina, quando le parole degli altri cominciano, poco alla volta, a diventare il modo in cui guardano sé stessi.
Ecco, Ada è nata un po’ da qui. Non è la storia di una mia alunna, né quella di uno dei ragazzi che ho incontrato nel mio lavoro. È un personaggio di fantasia, ma porta con sé emozioni, paure e fragilità che, in forme diverse, ho avuto modo di incontrare e ascoltare nel corso degli anni. Ada, in realtà non è soltanto un personaggio, ma, almeno per me, la voce di tanti ragazzi, di tante ragazze, che, almeno una volta, si sono sentiti non abbastanza.
- Il libro introduce un concetto importante, trasformare la fragilità in forza. Come può una vittima di bullismo ritrovare sé stessa?
Credo che su un tema così delicato sia importante essere molto cauti. Non sono una psicologa e non credo esistano formule semplici per spiegare come un ragazzo che ha vissuto una situazione di prevaricazione possa ritrovare sé stesso.
Posso però rispondere da insegnante e da educatrice, perché credo profondamente nel ruolo che gli adulti e, in particolare, la scuola possono avere.
La scuola è uno dei luoghi in cui bambini e ragazzi trascorrono gran parte delle loro giornate e costruiscono una parte importante della propria identità attraverso le relazioni. Per questo il nostro compito non può limitarsi a intervenire quando un episodio è già accaduto. Dobbiamo creare, ogni giorno, contesti nei quali ciascuno possa sentirsi visto, ascoltato e riconosciuto e nei quali chiedere aiuto non venga percepito come un segno di debolezza.
Un insegnante, naturalmente, non può e non deve sostituirsi ad altre figure professionali quando sono necessarie. Può però osservare, cogliere un cambiamento, accorgersi di un silenzio diverso dal solito, offrire uno spazio di ascolto e soprattutto non minimizzare. A volte tutto comincia proprio dal fatto che un adulto si accorge che qualcosa è cambiato.
Accanto alla scuola c’è poi la famiglia, con un ruolo altrettanto fondamentale. Credo molto in un’alleanza autentica tra scuola e famiglia: non due realtà che si cercano soltanto quando emerge un problema, ma adulti che imparano a parlarsi, ad ascoltarsi e a condividere la responsabilità di accompagnare la crescita di un ragazzo.
Per questo motivo, piuttosto che dire che una vittima debba semplicemente “trasformare la fragilità in forza”, preferisco affermare che nessun ragazzo dovrebbe essere lasciato solo dentro la propria fragilità. Ritrovare sé stessi può cominciare anche dall’incontrare qualcuno che sappia vedere quella fragilità, accoglierla e, quando necessario, chiedere insieme l’aiuto competente di cui quel ragazzo ha bisogno.
- In che modo il malessere della vittima si ripercuote nel rapporto con il cibo?
Nel romanzo il rapporto con il cibo non cambia improvvisamente. Ho voluto raccontarlo proprio così, perché spesso il disagio comincia in maniera quasi invisibile.
Ada inizia a controllare ciò che mangia, a rinunciare a qualcosa, ma il cibo, in realtà, è soltanto la parte visibile di un malessere molto più profondo.
Quando una ragazza, come nel caso della protagonista del romanzo, comincia a sentirsi inadeguata nel proprio corpo, può nascere l’illusione che modificare quel corpo significhi modificare anche il modo in cui gli altri la guarderanno e, soprattutto, il modo in cui lei stessa riuscirà finalmente a guardarsi.
Per questo ho cercato di affrontare il tema con molta delicatezza, senza descrizioni che potessero trasformarsi in modelli o comportamenti da imitare. Non volevo scrivere un libro sui disturbi alimentari, ma raccontare il dolore che può esserci prima, quando il rapporto con il cibo diventa uno dei linguaggi attraverso cui quel dolore cerca di esprimersi.
Credo che, soprattutto noi adulti, dovremmo imparare a prestare attenzione anche ai cambiamenti piccoli, senza aspettare che il disagio diventi evidente per accorgerci che qualcosa non va.
- Nell’epoca in cui il fenomeno del bullismo dilaga, quali potrebbero essere gli elementi utili al contrasto e alla prevenzione del fenomeno?
Credo moltissimo nel potere delle parole, nel bene e nel male.
A scuola parliamo, giustamente, di regole, di rispetto e di comportamenti, ma penso che dovremmo lavorare ancora di più sulla consapevolezza dell’effetto che le nostre parole producono sugli altri.
Molte ferite nascono proprio da frasi liquidate con un “stavo scherzando”. Ma se una persona ride e l’altra torna a casa portandosi dentro quella frase, forse non era soltanto uno scherzo.
Per questo la prevenzione, secondo me, comincia molto prima dell’episodio di bullismo vero e proprio. Comincia quando insegniamo ai bambini a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, a mettersi nei panni di chi hanno davanti, a chiedere scusa davvero, a non rimanere spettatori quando qualcuno viene ferito, e qui scuola e famiglia hanno una responsabilità enorme, che dovrebbe essere condivisa. Non possiamo chiedere ai ragazzi di costruire relazioni rispettose se gli adulti per primi non offrono modelli coerenti.
Più che insegnare semplicemente ai ragazzi a “non fare i bulli”, credo dovremmo aiutarli a diventare persone capaci di accorgersi dell’altro.
- Quale messaggio vuole lanciare ai ragazzi, in vista del nuovo anno scolastico?
Un nuovo anno scolastico porta con sé tante aspettative: essere bravi, essere accettati, avere amici, sentirsi all’altezza e qualche volta, nel tentativo di trovare il proprio posto, si finisce per pensare di dover assomigliare agli altri.
Vorrei invece che ognuno entrasse a scuola sapendo di avere diritto al proprio modo di essere, comprese le proprie insicurezze e le proprie fragilità.
Ai ragazzi vorrei dire anche di fare attenzione alle parole: a quelle che ricevono, perché non tutte raccontano chi siete, ma soprattutto a quelle che pronunciano, perché una frase che per loro dura pochi secondi può restare dentro qualcun altro molto più a lungo.
Se poi, durante l’anno, dovesse arrivare un momento difficile, di parlarne: con un adulto, con un amico, con qualcuno di cui si fidano e fare, così, in modo che il silenzio non diventi un posto in cui nascondersi.
Perché forse è proprio questo uno dei messaggi che “L’ombra ai miei piedi” vuole lasciare: la nostra Ombra può anche continuare a camminare accanto a noi, ma non deve decidere la direzione dei nostri passi.
Il libro è parte del progetto “100 libri d’autore” a cura di Gioia Lomasti ed Emanuele Marcuccio, in collaborazione con il giornalista internazionale Ashraf Aboul Yazid.
